Pubblicato più di un anno fa
Jonas F. Erulo
Serve sangue, e l’Italia è fra i paesi che donano meno. È per questo che l’A.V.I.S. di Caravaggio ha promosso degli incontri nelle scuole della zona, cominciando dal Liceo Galilei. Lo scopo è quello di rivolgersi ai neo maggiorenni o prossimi tali per rendere loro chiaro il problema della scarsità di donazioni e la possibilità che hanno di contribuire alla soluzione.
Hanno tenuto gli incontri il signor Sala, responsabile provinciale dell’A.V.I.S., un membro della sezione caravaggina dell’Associazione e la dottoressa Katia Calvi, medico pediatra impegnata da anni nella sensibilizzazione nelle scuole. Due leggeri filmati proiettati in apertura hanno posto il problema delle donazioni come una questione di solidarietà e di impegno per le necessità della comunità e hanno mostrato il significato della donazione. Un impegno piccolo ma di cui si ha assolutamente bisogno, un impegno che si riduce forse più che altro all’attenzione per la questione.
Gli interventi dei relatori hanno poi illustrato nel concreto il caso italiano. Vari fattori, fra i quali l’allungamento della vita media, il crescente numero di trapianti reso possibile grazie alle nuove tecniche e il sempre alto numero di incidenti stradali rendono sempre più vasta la richiesta di sangue per trasfusioni.
Premesso che il sangue non può essere prodotto in laboratorio, risulta evidente quanto sia importante avere una larga base di donatori. Secondo stime dell’O.M.S., è necessario che almeno il 4% della popolazione doni il sangue perché una nazione possa essere considerata auto-sufficiente per quanto riguarda le riserve per trasfusioni.
L’Italia si trova ben indietro, potendo contare solo su un magro 1,9% di donatori (contro, ad esempio, il 5% della Danimarca). Questo costringe l’Italia ad importare, soprattutto nei periodi estivi, sangue dall’estero, con il rischio che non sia controllato. Davanti ad operazioni chirurgiche rimandate per la mancanza di sangue o al rifiuto di trasfusioni per paura di sangue infetto, diventa evidente quanto può essere dannosa l’indifferenza. E si tratta proprio di indifferenza perché, come ha raccontato la dott.ssa Calvi in base alla sua esperienza, molti incominciano a donare solo quando un loro affetto si trova a dover subire una trasfusione.
Durante l’incontro sono stati forniti anche chiarimenti tecnici sulle modalità di trasfusione e di gestione del sangue, ma soprattutto è stato spiegato come sia possibile diventare donatori. Essere donatori conviene in ultima analisi anche sotto l’aspetto diciamo economico. Il donatore deve infatti essere sottoposto a rigorosi test prima di ogni trasfusione, il che significa che è sempre monitorato.
Tutti i diciottenni (o quasi) della scuola hanno ora le informazioni necessarie per poter scegliere di diventare, al più presto si spera, nuovi donatori.
(articolo pubblicato su "Il Galileo" di febraio 2005 - "Popolo Cattolico" del 19 febbraio 2005)
