2 aprile 2006 - 12:35

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Davide D'Adda

Una calzamaglia, camicia da Arlecchino e piedi nudi, a raccogliere quanta più polvere possibile sul palcoscenico del Teatro S. Bernardino di Caravaggio. Non è servito nient’altro a Claudia Contin, per la Conferenza Spettacolo sulla Commedia dell’Arte che ha tenuto per gli studenti del Liceo Galilei lunedì 6 e martedì 7 mattina, mostrando a un pubblico quantomeno intimorito dalla sua attività vulcanica ciò che è rimasto di quella grande tradizione artistica, tanto incredibile quanto dimenticata, che ha dato voce a maschere irresistibili e grottesche.

Nella Conferenza Spettacolo, intitolata “Gli abitanti di Arlecchinia”, l’attrice conferenziera ha raccontato, svelando i trucchi del mestiere, la genesi delle maschere che interpreta, i loro caratteri e la loro storia.

Sul palcoscenico, un tavolo ricoperto di maschere di cuoio, mostrandoci le quali Claudia Contin racconta l’orgoglio di un attore nell’indossare le maschere del proprio maestro; maschere vive e attive, che si nutrono del sudore dell’attore che le indossa, e così resistono al tempo, portandosi dietro, con le “esperienze enzimatiche” degli effimeri attori, il carattere, immortale, del loro personaggio.

Per costruire una maschera si batte il cuoio bagnato per 8 ore su uno stampo di legno. Un lavoraccio anche solo a pensarci. Ma per dare vita a una maschera il lavoro è ancora più lungo: rinunciare all’espressività del volto infatti costringe l’attore a lavorare con tutto il resto del corpo, deformandolo, contorcendolo, comunicando con la voce, con le spalle, con le mani. Il corpo diventa un puzzle da ricomporre sulle base del carattere da interpretare, e la gestualità, le posture, i comportamenti del personaggio risultante non sono più quelli dell’attrice che fino a tre secondi prima ti stava spiegando i trucchi del suo mestiere, ma sono altri, completamente diversi. E così conosci Zanni, o Arlecchino, nonostante la friulana Contin non assomigli per niente a un contadinotto delle Valli, o alla raffinata Colombina, o al vecchio Pantalone, per citare le maschere che ha interpretato.

In prima fila la tensione era palpabile: irresistibile la tentazione di coinvolgere le prime cavie umane disponibili nella conferenza, e di sperimentare la “postura base” dello zoticissimo Zanni su almeno tre o quattro ‘volontari’ scelti nel pubblico. Così in poco meno di due ore, complice un black out che ci ha costretti al buio e al freddo, la lezione atipica ha toccato in modo rigoroso ma esilarante il linguaggio del teatro, del corpo, e la Commedia dell’Arte con il suo relativo ‘Mondo alla rovescia’, che ogni tanto si vorrebbe vedere davvero.

Riscoprendo la Commedia dell’Arte, Claudia Contin (“Viaggio d’un attore nella Commedia dell’Arte”, in Prove di Drammaturgia, Rivista di inchieste teatrali del CIMES, disponibile sul web) riscopre un teatro dimenticato ma fecondo ed estremamente attuale, legato al Teatro Orientale: “al punto finale di un viaggio come questo”, scrive, “il terreno dei riferimenti e quello dell’invenzione si confondono nel possibile progetto di nuovi linguaggi”.

In conclusione, si dice che sia la Maschera a scegliere l’attore, non viceversa. E la fatica dell’attore è ripagata forse dall’incredibile quantità e bellezza delle storie che si possono raccontare da un palcoscenico, se solo si è abbastanza “liberi” da lasciarsi indossare.

(articolo pubblicato su "Il Galileo" di marzo 2006 - "Popolo Cattolico" del 25 marzo 2006)

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